Lavoreremo ancora? Tecnologie informatiche e lavoro

07/11/2016

Il tema del “futuro del lavoro”: tra previsioni ottimistiche e preoccupate ne è emerso uno scenario su cui tutti saremo chiamati a riflettere e a confrontarci nei prossimi anni.

Lo scorso 17 novembre si è svolta una interessante conferenza dal titolo “Il futuro del lavoro” tenuta dal professor Gianfranco Camussone dell’Università degli Studi di Trento, una “serata culturale” promossa da Informatica Trentina nell’ambito del Progetto collaborazione territoriale ICT. L’evento, che ha avuto luogo all’Impact Hub di via Sanseverino a Trento alla presenza di rappresentanti del mondo imprenditoriale e della formazione, oltre a dipendenti di Informatica Trentina S.p.A., ha visto al centro il tema del “futuro del lavoro”. Tra previsioni ottimistiche e preoccupate ne è emerso uno scenario su cui tutti saremo chiamati a riflettere e a confrontarci nei prossimi anni.

1. Due concetti di base: PIL e produttività.

Il tema affrontato dal relatore, prof. Pierfranco Camussone, ha visto la presentazione in anteprima dei principali contenuti ed evidenze del suo libro “Lavoreremo ancora?” (coautore il prof. Alfredo Biffi), di prossima pubblicazione per i tipi della casa editrice Egea.

Prima di vedere il futuro del lavoro, il prof. Camussone ha ripercorso brevemente la rivoluzione portata ai processi produttivi agli inizi del Novecento dalla c.d. “organizzazione tayloristica del lavoro”, introducendo due concetti economici di base: il PIL e la produttività, strettamente legati al tema del lavoro.

Il benessere di una nazione è misurato dal PIL, Prodotto interno lordo. Perché misuriamo il PIL? Perché è una misura del complesso delle attività prodotte da una Paese. Nato su sollecitazione del Presidente Roosvelt durante la Depressione degli Anni ’30 come misura per avere evidenza del “ritorno” degli investimenti pubblici, del valore aggiunto creato.

Bisognava uscire dalla Depressione, se il PIL cresceva, si aveva una conferma della validità degli investimenti pubblici effettuati.

Il secondo concetto è quello di produttività. Cosa c’entra la produttività con il lavoro? Gli ultimi dati evidenziano come negli USA il tasso di disoccupazione sia sceso al 4,6%. Un buon risultato. Ma gli economisti, quando il tasso scende sotto il 5%, sono preoccupati. Siamo vicini alla “disoccupazione fisiologica”, alla “piena occupazione”. Questa sostanziale “saturazione” della forza lavoro provoca però una stagnazione del PIL, a meno che non si migliori la produttività.

Questo vuol dire generare più ricchezza con gli stessi lavoratori. Analizzando da cosa dipenda la produttività, possiamo dire che dipende da 4 fattori governabili e da 1, all’inglese, “sotto il controllo di Dio”:

  • Il capitale investito nei messi di produzione;
  • Le competenze delle risorse umane nell’utilizzo dei mezzi di produzione;
  • Le tecnologie utilizzate;
  • Le capacità organizzative e manageriali e, infine;
  • Gli eventi straordinari (eventi atmosferici o altro).

La combinazione dei primi quattro fattori determina ovviamente la produttività complessiva di un sistema economico.

Cosa dice al riguardo l’economia? Tranne qualche economista, come il francese Latouche in favore di quella che chiama “decrescita felice”, non vi sono evidenze di sistemi economici che migliorano la vita della popolazione lavoratrice, pur “decrescendo”.

E’ quindi necessario far crescere il PIL. Peraltro le economie occidentali (USA; UK, Canada ecc.), tranne Francia e Italia che sono al 10%, hanno tassi di disoccupazione inferiori al 5%. Quindi per quanto riguarda i paesi occidentali si può dire che abbiano saturato la loro forza lavoro.

Cosa si può fare per migliorare il PIL? Usare l’innovazione. Peraltro l’innovazione è un’arma “a doppio taglio”; con gli stessi lavoratori produciamo più “ricchezza” ma in prospettiva potremmo, con meno persone, produrre la stessa ricchezza economica. Questo dubbio, razionalissimo, è contestato dall’economia tradizionale.

Se si mette infatti in relazione l’incremento di produttività con gli investimenti tecnologici e tasso di disoccupazione emerge che – nel periodo 2000 – 2012 – gli USA sono cresciuti del 2% anno su anno, raggiungendo una disoccupazione del 5%, analogamente l’Inghilterra, mentre Francia ed Italia brillano per minor crescita dell’indice di produttività e tasso di disoccupazione alto.

In tal modo si dimostra che l’assunto “maggior innovazione nei processi produttivi, maggior disoccupazione” è un falso.

Inquadrato ciò, analizziamo la situazione attuale e le prospettive.

2. La rivoluzione tecnologica che stiamo vivendo

E’ sotto gli occhi di tutti l’evidenza dell’enorme progresso tecnologico, maturato a partire dal periodo 1950-1960, agli albori della prima informatizzazione, sviluppatosi sino ad oggi con gli smartphone.

Gli effetti “visibili” sono molteplici: l’esplosione di Internet, lo sviluppo della robotica e dell’automazione industriale, le aspettative legate alle nuove soluzioni dell’intelligenza artificiale.

Di Internet, è evidente a tutti la portata sperimentata ogni giorno da tutti.

Dalla stampa 3D che introduce la produzione in modo “naturale” dei manufatti, per via additiva, sino alla robotica; si pensi alle scelte di una grande azienda taiwanese come la Foxconn che ha annunciato lo scorso maggio di sostituire 60.000 addetti con robot in uno dei suoi impianti cinesi.

Per quanto il personale cinese sia “a basso costo”, i robot lo “battono” in produttività.

Dell’Intelligenza artificiale, siamo tutti a conoscenza dei fortissimi investimenti e delle grandi aspettative legate ad esempio alla c.d. “auto intelligente” da parte di Google (Google car) e di Toyota, oltre ai c.d. “sistemi esperti” da parte di IBM (Watson) o da Apple (che ha acquisito una società Emotient per “capire” le emozioni degli utilizzatori).

Si pensi che la Humanitas di Milano ha deciso di comprare i servizi di Watson da IBM per il tutoring a servizio dei medici di reparto, per consulti online.

La sempre maggiore pervasività ed adozione delle nuove tecnologie ICT sia nel settore consumer che in quello business, sta portando a due effetti positivi: il primo legato allo sviluppo “proprio” del settore economico ICT, il secondo all’aumento dell’efficienza e della produttività dei sistemi che fanno proprie le nuove tecnologie.

Si pensi nel primo caso all’effetto di creazione diretta di ricchezza e lavoro prodotta dal sistema delle aziende ICT italiane che ha sviluppato nel 2007 93 miliardi di euro, pari al 6,06% del PIL e che occupa ca. 1.500.000 addetti pari al 6% del totale della forza lavoro. Addetti distribuiti in questo modo: 600.000 nell’ambito della produzione di prodotti e servizi ICT, 450.000 nelle aziende utenti quali specialisti ICT ed, infine, 450.000 nei WEB e call center oltre che nella produzione di contenuti digitali e pubblicitari.

Nel secondo caso, l’efficientamento di altre attività legato all’adozione di tecnologie molto pervasive, ha prodotto cambiamenti significativi nelle modalità di lavoro, di acquisto, di studio, di divertimento, di socializzazione, di svago, ecc. Si pensi ad innovazioni profonde e diffuse quali il telelavoro, l’eCommerce, l’eLearning, l’infotainment, i social media, i giochi online, ecc.

Ma quali sono gli effetti?

Uno dei grafici più interessanti al riguardo è quello formulato da Morris nel 2010 che mette in relazione lo sviluppo demografico con lo sviluppo sociale.

 

Ne emerge che se ci fosse correlazione negativa tra innovazione/sviluppo sociale e tasso di disoccupazione avremmo potenzialmente 7 miliardi di disoccupati a livello globale.

I dati reali evidenziano invece come le società più evolute (USA; Inghilterra, ecc.) siano prossime alla piena occupazione. Anche nazioni in forte sviluppo quali Cina e India, stanno avviandosi in questa direzione, abbandonando quello che cinquant’anni fa era definibile come “sottosviluppo cronico”.

Tutto bene dunque?

3. Quali prospettive per il lavoro? Dalla metafora dei “cavalli” all’utopia (o distopia?) di un “mondo senza lavoro”

Non tutti gli economisti la pensano allo stesso modo. Wassily Leontief, premio Nobel per l’economia, confuta le previsioni ottimistiche sopra enunciate, introducendo la metafora del “cavallo”.

Negli USA durante l’ottocento, la vera forza lavoro era rappresentata dai cavalli. Loro erano la “forza motrice”, non gli uomini. A loro è dovuta la crescita economica degli USA. La loro popolazione crebbe di 6 volte, raggiungendo i 21 milioni di unità contro 75 milioni di americani. Un cavallo ogni tre abitanti.

Quando però venne introdotto il motore a scoppio e quindi i trattori e le automobili, la popolazione equina iniziò il suo declino, arrivando nel 1960 a contare solo 3 milioni di unità, di cui veramente “operativi” solo poche migliaia.

Potrebbe dunque accadere la stessa sorte alla popolazione lavoratrice umana a fronte dell’introduzione di nuove tecnologie?

In altri termini l’elemento umano potrebbe diventare irrilevante per l’economia così come il cavallo lo è diventato per l’economia americana.

Si obietterà che gli uomini non sono cavalli e sanno reagire… Il dibattito è comunque in corso.

Al riguardo i tecnologi sembrano più preoccupati e pessimisti degli economisti. Per quanto un autorevole economista, Jeremy Rifkin, arrivi a teorizzare la “fine del lavoro”, la fazione “ottimista” degli economisti, ribatte affermando che il progresso tecnologico ha sempre portato in prospettiva maggiore prosperità.

A fronte di una disoccupazione momentanea, l’innovazione nel medio-lungo periodo ha sempre garantito la piena occupazione. Questo è l’assunto.

Peraltro i “pessimisti” obiettano citando la legge di Moore, legge empirica, che dimostra come su un arco di 18 mesi, ci sia un raddoppio prestazionale, a fronte di un dimezzamento del costo. Nata nell’ambito della produzione dei microprocessori per personal computer, la legge di Moore si sta affermando come “chiave di lettura” delle implicazioni del progresso tecnologico.

In particolare le nuove tecnologie impattano significativamente su alcuni assunti dell’economia classica, come il citato costo decrescente degli investimenti tecnologici che abbatte le barriere di ingresso per lo sviluppo di nuovi prodotti, il costo marginale azzerato come nella stampa digitale (ho costi per produrre la prima copia di un eBook, poi nessun altro), le economie di scala compromesse dalle nuove tecniche di stampa in 3D in cui il costo di produzione degli esemplari non varia in funzione della crescita dei lotti, la trasparenza dei mercati resa possibile dalla disponibilità di strumenti “infomediary” quali quelli di comparazione dei costi dei voli aerei, per finire con la contrapposizione tra il valore delle idee e delle risorse fisiche, si pensi alla capitalizzazione di Uber pari a 60 miliardi di dollari con 0 vetture proprie, confrontata con quella di Hertz pari a 4,5 miliardi di dollari con 100.000 autovetture proprie.

Le implicazioni sul lavoro

Tutti gli studiosi concordano su una cosa, se mappiamo in ascissa la “creatività” ed in “ordinata” il “contenuto intellettuale del lavoro specifico, in prossimità dello “zero” troviamo i lavori prettamente manuali, con bassa incidenza di creatività ed a basso contenuto intellettuale, in alto a destra troviamo i lavori a maggior contenuto di creatività/intelligenza.

Da una parte troviamo quindi i lavori manuali che discendono dalla parcellizzazione del lavoro (es. lavorazioni in catena di montaggio), dall’altra troviamo i lavori a più alto contenuto intellettuale e creativo (es. designer).

In questa prospettiva, quali lavori si “salveranno”? L’artigianato molto probabilmente si salverà. I manager correranno qualche rischio, non avranno più tanti dipendenti. I trader di borsa correranno dei rischi, già oggi oltre il 50% delle transazioni azionarie viene effettuata da sistemi esperti/robot sulla base di poche direttive impartite giornalmente da un manager.

Si profila uno scenario paradossale, inquietante. Il PIL sarà sostenuto da chi lavora nell’ICT. Ne sono un esempio oggi i vari Zuckerberg, Bezos, ecc. E il resto della popolazione? Ci saranno probabilmente squilibri sociali, economico-reddituali, impatti sul welfare.

Quali conseguenze? Scomparirà il lavoro routinario, scompariranno professionalità specifiche. Tutti gli altri dovranno saper utilizzare i software.

Il recupero dei posti perduti a causa della digitalizzazione potrebbe comportare tempi lunghi. Potremmo affrontare una disoccupazione strutturale. Il pericolo non è la quindi la globalizzazione ma la legge di Moore che vede oggi l’innovazione resa disponibili a tutti a costi sempre più contenuti.

Al riguardo dobbiamo leggere come profetiche le parole di John Maynard Keynes, grande economista, pronunciata durante un discorso a Londra nel 1930, all’apice della Grande Depressione: “Al momento la rapidità stessa di questi cambiamenti (causati dal progresso tecnologico) ci turba e ci pone problemi di non facile soluzione. Per paradosso, i Paesi più attardati sono anche i più tranquilli. Noi abbiamo invece contratto un morbo di cui forse il lettore non conosce ancora il nome, ma del quale sentirà molto parlare negli anni a venire – la disoccupazione tecnologica. Scopriremo sempre nuovi sistemi per risparmiare forza lavoro, e li scopriamo troppo in fretta per riuscire a ricollocare quella forza lavoro altrove.

Ma si tratta di uno scompenso temporaneo. Nel lungo periodo, l’umanità è destinata a risolvere tutti i problemi di carattere economico. Mi spingo a prevedere che di qui a cento anni il tenore di vita dei Paesi più avanzati sarà tra le quattro e le otto volte superiore a quello attuale. Alla luce delle nostre conoscenze attuali, è il meno che si possa dire. E immaginare una crescita anche più significativa non sarebbe un azzardo”.

Il lavoro continuerà ad essere il pilastro della società civile?

Perché lavoriamo? Secondo Voltaire per tenere lontano dalla noia, dal bisogno, dal vizio, ecc.

Ma la nostra società, abbiamo visto, è basata sul consumo. Se aumentano i disoccupati, calano i consumi, cala il PIL. Il problema sarà quindi dato dalla redistribuzione della ricchezza prodotta dalle macchine.

Cosa possiamo immaginare faranno gli uomini in futuro? Una possibile risposta è che si dedicheranno alla creazione artistica, a quella culturale, al no profit ecc.

Il dibattito al riguardo in corso tra gli studiosi prevede quattro scenari, quattro correnti di pensiero, non tutte in alternativa tra loro:

  • la prima sostiene che gli esseri umani sono animali sociali, si incontrano tra loro, fanno cose assieme, vanno ai concerti, ecc. L’interazione umana sarà quindi fondamentale per lo sviluppo di nuovi business;
  • la seconda fa riferimento ad Adam Smith, teorico della “mano invisibile del mercato”. Chi perde il lavoro, se ne va a cercare un altro. E’ sempre accaduto, da agricoltori siamo diventati operai e poi operatori del terziario;
  • la terza sostiene che quella che stiamo attraversando è una rivoluzione. Non possiamo accettare di avere persone “a spasso”, ci vuole una nuova “corsa alla luna”, un nuovo obiettivo unificante, uno scopo fondamentale, come “debellare il cancro”, “garantire un’eccellente istruzione a tutti”, ecc.;
  • la quarta riconducibile a Keynes dice – in sintesi - : le macchine ormai lavorano per noi e generano ricchezza, redistribuiamo quindi il reddito prodotto tra tutti e godiamoci la vita. Non dobbiamo essere pessimisti, dobbiamo mirare a sviluppare le nostre conoscenze, a diventare più consapevoli e realizzati.

Messaggi tranquillizzanti vengono anche dalle previsioni econometriche.

A Davos a fabbraio 2016 è stato presentato un report che mostra quale dinamica avrà il lavoro in Brasile, Cina, Australia, Sudafrica, USA e Unione Europea nei prossimi 5 anni, dal 2016 al 2020. Dal report emerge una previsione di perdita di posti di lavoro di ca. 7 milioni di unità a causa dell’automazione, a fronte del recupero di ca. 2 milioni di addetti su nuove professionalità. Si stima quindi una perdita di ca. 5 milioni di lavoratori.

Ma qual è la base di lavoratori interessata? E’ di 900 milioni. Stiamo parlando di poco più dello 0,5 % del totale. Nei fatti non ce ne accorgeremo.

Ma c’è di meglio. L’Ufficio del Lavoro americano ha elaborato una stima, che interessa l’arco temporale dal 2014 al 2024, di quanti posti di lavoro verranno persi e di quanti verranno generati. Il risultato è che a fronte di perdite di 36 milioni di posti di lavoro se ne creeranno 46 di nuovi, con un saldo attivo di 10 milioni di nuovi posti di lavoro!

Come sarà quindi il futuro del lavoro?

Sarà molto polarizzato, molto specializzato. Da un lato un’elite tecnologica e “iperskillata”, ipercompetente. Dall’altro la “massa” caratterizzata da lavoro “empatico”, a forte contenuto di relazione, quali gli insegnanti, gli infermieri, ecc.

Cosa dobbiamo fare per affrontare questo futuro?

Ai governi competerà indirizzare la società verso nuovi modelli di sviluppo.

Alle aziende promuovere l’innovazione.

Ai cittadini cambiare mentalità, studiare e adeguare gli stili di vita.

Keynes l’aveva previsto nel 1930. Dobbiamo prepararci.

Nel medio-lungo termine dovremo affrontare una disoccupazione strutturale e procedere a redistribuire la ricchezza. Dovremo fare la guerra alla povertà, piuttosto che alle disuguaglianze!

Per condurre la lotta alla povertà, dovremo dare a tutti un “reddito base”. Sono gli americani a sostenerlo. Proponendo in particolare la “negative income tax”, sostenuta da Milton Friedmann, economista della Scuola di Chicago, definibile come “tassa negativa” sul mancato reddito rispetto ad una soglia ad esempio di 20.000 dollari. Qualora un cittadino avesse un reddito inferiore, verrebbe restituita al cittadino una percentuale pari all’80% del “reddito mancante” rispetto al conseguimento della “soglia”.

La prospettiva che si profila è quella che l’umanità - in larga parte almeno -  sia dedita in futuro più all’”otium”, inteso alla latina come tempo dedicato al ragionamento, al pensiero, allo studio, rispetto al “negotium”, al lavoro in quanto tale!